Capire la rabbia
Dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre, le vetrine rotte rischiano di occupare tutto il discorso pubblico. Valerio Renzi, in Jacobin Italia, cerca di leggere quello che succede nelle piazze: giovani lontani dalle organizzazioni tradizionali, esclusione sociale, disponibilità al conflitto. Invita a evitare sia la demonizzazione sia l’attesa di una nuova avanguardia rivoluzionaria. Alessandro Trocino insiste sul rapporto fra emarginazione e desiderio di consumo, in un intervento per la Rassegna del Corriere della Sera, riproposto su Facebook. Le merci promettono appartenenza a chi viene continuamente respinto. Condannare aggressioni e saccheggi è necessario; considerare già perduti ragazzi di quattordici o quindici anni significa rinunciare a occuparsi del loro futuro.
Dalla chat alla piazza
Un invito su Telegram, i video degli scontri su TikTok, la promessa di partecipare a qualcosa di eccezionale. Giovanni Boccia Artieri parte dalle testimonianze dei ragazzi per ricostruire come circolano le convocazioni digitali, nella newsletter Fringe Notes. Nello stesso luogo arrivano persone con motivazioni diverse: protesta, curiosità, ricerca di riconoscimento, possibilità di rubare. Questa mescolanza rende fragili le spiegazioni che attribuiscono tutto agli algoritmi o a un mandante straniero, per il quale servono prove. E rende delicata la risposta delle istituzioni: diffondere una convocazione, sostenere una protesta e organizzare violenza sono comportamenti diversi. La prevenzione deve saperli distinguere.
Le immagini che preparano l’orrore
Una Gaza trasformata in riviera di lusso può apparire come una fantasia grottesca. Intanto abitua lo sguardo a un territorio dal quale i palestinesi sono scomparsi. Fabio Chiusi affronta questo meccanismo in La violenza e l’AI, su Fragile, leggendo Violenza speculativa di Donatella Della Ratta. Le immagini sintetiche possono rendere familiari, perfino desiderabili, progetti politici prima inaccettabili. Chiusi ne ricava una conclusione più radicale di quella dell’autrice: usare gli stessi strumenti per immaginare un futuro democratico riprodurrebbe comunque i rapporti di sfruttamento e controllo su cui poggiano. È una tesi impegnativa, che investe anche gli usi dell’IA animati dalle migliori intenzioni.
Il sapere deve tornare indietro
Evgeny Morozov propone un’altra strada. L’IA contiene conoscenze e capacità prodotte da moltissime persone: come farle tornare alla collettività? Acta pubblica il suo intervento per Le Monde diplomatique, nella traduzione di Alice Campetti. Una soluzione trovata da un inquilino per difendersi da un proprietario dovrebbe aiutare anche il successivo, invece di restare confinata in una conversazione privata con un chatbot. Servirebbero sindacati, biblioteche e associazioni capaci di raccogliere, correggere e condividere queste esperienze. Morozov recupera anche il lavoro di Ivar Oddone nelle fabbriche torinesi: far emergere ciò che gli operai sapevano già, trasformando le conoscenze individuali in strumenti per cambiare le condizioni di lavoro.
La sovranità non basta
Avere giganti tecnologici europei non garantirebbe, da solo, un’Europa più democratica. Asma Mhalla lo ricorda nell’intervista di Daniele Molteni per Pandora Rivista: anche la ricerca di autonomia può accompagnarsi a sorveglianza, militarizzazione e concentrazione del potere. La dipendenza degli Stati dalle imprese che controllano cloud, satelliti e capacità di calcolo cambia il funzionamento della sovranità. Per contestarla occorre intervenire su scelte concrete: dove costruire un centro dati, quali risorse destinargli, quali impieghi militari accettare. Le proteste mostrano che queste decisioni possono essere messe in discussione. Resta il lavoro più difficile: dare continuità all’organizzazione anche quando la piazza si svuota.


